di Luciano Manna – Diossina. A pensarci bene, oggi, nel 2026, sembrerebbe una parola desueta, legata agli anni passati, ai moti ambientali del 2008 e poi sino al 2012, successivamente, piano piano è scomparsa dal vocabolario ambientalista e chi la nominava o continua a nominarla viene subito tacciato di allarmismo o messo in dubbio dalla comunicazione istituzionale. Eppure quella diossina non è mai scomparsa, nonostante i dati della Asl che ogni anno, sino al 2025 hanno confermato la sua persistenza negli alimenti. Oggi arriva lo studio scientifico che ha analizzato il latte tra gli anni 2016 e 2025, dati molto recenti, e noi li pubblichiamo anche perché questo studio scientifico è stato pubblicato solo poche ore fa. Sempre per buona pace di chi ai dati scientifici preferisce narrare di suggestioni ed ideologie perché, probabilmente, per loro, la storia della famiglia Fornaro alla masseria Carmine non ha insegnato nulla. Noi invece abbiamo ancora nelle orecchie il pianto degli agnelli che venivano portati al macello e poi inceneriti perché contaminati.

Lo studio intitolato “A ten-year surveillance of PCDD/Fs and PCBs in raw milk from bovine, ovine, and caprine farms in a peri-industrial area of southern Italy” (link al documento), pubblicato su Environmental Research, l’1 ottobre 2026, ha analizzato 671 campioni di latte bovino, ovino e caprino tra il 2016 e il 2025 cercando diossine, PCB diossina-simili e PCB non diossina-simili nel latte prodotto intorno all’area industriale tarantina in un raggio di circa 20 chilometri, coerentemente con la zona di rischio formalmente stabilita dall’ordinanza regionale n. 176 del 23 febbraio 2010. I quadro che ne viene fuori non è buono. Il latte di Caprino e ovino ha superato costantemente e sostanzialmente le concentrazioni di bovini in tutte le classi di contaminanti, confermando i piccoli ruminanti come specie sentinella più sensibili. 

Nel corso del programma di monitoraggio sono stati registrati un totale di 327 aziende agricole impegnate nella produzione di latte crudo all’interno della zona di rischio di 20 km: 121 aziende bovine, 105 caprine e 101 ovini. Il campionamento annuale è stato organizzato sulla base di un piano stratificato per il rischio, con un obiettivo di circa 270 aziende all’anno durante le fasi di attuazione precedenti, distribuito equamente nelle tre specie (90 bovini, 90 caprini e 90 ovini). I campioni di latte crudo sfuso di circa 1 L sono stati raccolti a livello di azienda agricola da ufficiali veterinari del Dipartimento di prevenzione dell’ASL Taranto e inoltrati all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Puglia e Basilicata a IZS Teramo per le analisi.

Lo studio ha analizzato il contesto industriale area SIN come il polo industriale che comprende un impianto integrato di sinterizzazione di acciaio e minerale di ferro, il più grande del suo genere nel continente, insieme a una raffineria di petrolio greggio, centrali termoelettriche, un impianto di produzione di cemento e un importante impianto navale militare. Pur tracciando questa mappa produttiva lo studio attribuisce chiaramente questa contaminazione al complesso industriale che è supportata dalla caratteristica firma congenere della sinterizzazione del minerale di ferro.

Questi impianti di sinterizzazione, cioè l’agglomerato dell’ex Ilva Acciaierie di Taranto, emettono un profilo PCDD/F in cui i dibenzofurani policlorurati predominano sulle dibenzo-p-diossine, un modello abbastanza stabile tra le strutture e le condizioni operative per servire come impronta digitale di origine. I congeneri PCB simili alla diossina riportati come più abbondanti in queste emissioni, PCB-118, -105 e −77, sono tra quelli quantificati nel presente studio, e l’impianto sinter del complesso di Taranto è stato documentato come la fonte locale dominante di emissioni di PCDD/F. Il gradiente di distanza inversa per i PCB, la gerarchia inter-specie e la suite analitica qui misurata sono quindi coerenti con la deposizione atmosferica dal processo di sinterizzazione piuttosto che con la raffineria che opera all’interno dello stesso complesso industriale, il cui profilo organico micro-inquinante differisce. 

Sono state condotte analisi separate per quattro inquinanti differenti: il totale combinato di diossine e policloruresi diossina-simili (PCDD/Fs + DL-PCB), diossine pure (PCDD/F), PDL-PCBs puro e PCB non-diossina-simili (NDL-PCB) dove sono state riscontrate numerose non conformità a fronte del regolamento (UE) 2023/915. Al termine dello studio si dichiara la disponibilità di tutti i dati a chi ne farà richiesta ma lo studio è già abbastanza esplicativo sul livello di contaminazione riscontrato. Da valutare anche, specifica lo studio, la variazione della normativa europea dopo il 2023 che ha ridotto il livello massimo per PCDD/Fs + DL-PCBs da 5,5 a 4,0 pg di grassi OMS-TEQ/g dal 1° gennaio 2023, una riduzione del 27%, riclassificando le aziende come non conformi anche dando gli stessi valori.

Per la contaminazione totale combinata, cioè sommatoria diossine/pcb, i livelli nei caprini sono stati 2,07 volte superiori rispetto ai bovini e gli ovini hanno mostrato concentrazioni 1,47 volte superiori rispetto ai bovini. Questo modello di contaminazione è stato più pronunciato per le diossine pure dove i livelli erano 2,35 volte superiori nelle capre e 1,94 volte superiori nelle pecore rispetto ai bovini. Per i DL-PCB isolati, le capre hanno mostrato concentrazioni 1,96 volte superiori rispetto ai bovini mentre i livelli di pecore erano 1,30 volte superiori. NDL-PCBs nel piccolo gruppo ruminante si discostò in modo significativo dal modello generale. In particolare, gli ovini hanno dimostrato un potenziale di bioaccumulo più forte rispetto ai caprini, con livelli di contaminazione 1,72 volte superiori a quelli presenti nei bovini, mentre i caprini hanno mostrato livelli 1,28 volte superiori rispetto ai bovini.

Tra il 2016 e il 2025, tutti e quattro i modelli hanno mostrato un aumento annuale statisticamente significativo della contaminazione combinata totale, con una media del 5% all’anno su tutti i contaminanti mentre l’analisi delle distanze tra i campioni rilevati e il sito industriale ha dimostrato un chiaro gradiente dipendente dalla distanza per i PCB, che diminuivano man mano che ci si allontanava dalla fabbrica, ma non per le diossine PCDD/Fs a prova di un coerente bioaccumulo sul suolo di diossine PCDD/F ampiamente diffuse in tutta l’area di studio dopo oltre cinque decenni di deposizione industriale continua, un’interpretazione supportata anche dal monitoraggio indipendente del suolo superiore nello stesso territorio. Ciò indica che la distanza dalla fonte di emissione da sola è un criterio insufficiente per la stratificazione del rischio di diossine PCDD/F nei territori contaminati.

Attendiamo quindi che la nostra governance, istituzioni locali comprese, acquisiscano i dati per comprendere la gravità del quadro tracciato da questo studio che definisce chiaramente il responsabile. L’unico stabilimento di Taranto ad avere un impianto di sinterizzazione con determinate composizioni chimiche.