di Luciano Manna – Nessun dataroom, nessuna analisi dei dati, non c’è nessuno che ha letto il documento della Commissione europea con cui si autorizza il paese membro Italia a dare ancora soldi alle società che gestiscono uno stabilimento plurisequestrato e che a causa delle condizioni dei suoi impianti continua a mietere vittime tra gli operai e continua ad inquinare l’intera provincia ionica. L’istituzione europea, al netto di qualche europarlamentare che ha dato voce ai cittadini di Taranto, ha fallito nel suo ruolo più semplice: quello di far rispettare la legislazione europea e questo documento è la conferma che la Commissione europea è da tempo in linea con il Governo centrale italiano che a sua volta su Taranto naviga a vista senza una politica industriale producendo, così, solo disoccupazione e assenza di una visione per i pochi lavoratori rimasti in forza al carrozzone d’acciaio che cade a pezzi e fa cadere nel vuoto gli operai.

L’analisi del documento della Commissione europea porta a una conclusione netta: su Ilva la Repubblica italiana ha fornito dati falsi alla Commissione europea mentre quest’ultima sostiene di aver analizzato i dati e autorizza ad un ulteriore prestito come aiuto di stato che non viola la legislazione europea. Mentono entrambi: l’Italia ha fornito dati farlocchi e la Commissione europea non li ha mai verificati.
“La Commissione europea desidera informare la Repubblica Italiana che, dopo aver esaminato le informazioni fornite dalle autorità italiane riguardo all’aiuto di Stato sopra indicato, ha deciso di non sollevare obiezioni, poiché tale misura è compatibile con il mercato interno ai sensi dell’articolo 107, paragrafo 3, lettera c), del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (“TFUE”)“. Inizia così il documento che è indirizzato all’onorevole Antonio Tajani, Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Le prime dichiarazioni non corrispondenti al vero riguardano l’acquisizione degli impianti dello stabilimento ex Ilva Acciaierie d’italia di Taranto da parte di un privato. Il documento recita così:”L’esercizio degli attivi da parte del beneficiario è soggetto a una procedura in corso finalizzata al trasferimento dell’attività produttiva. L’11 dicembre 2025 sono state ricevute due offerte, entrambe relative all’intero complesso aziendale, da parte di Bedrock Industries e Flacks Group. L’Italia prevede di completare il processo entro la fine di aprile 2026“.
Come è possibile che la Commissione europea autorizzi l’ennesimo aiuto di stato sostenendo che l’Italia prevede di completare il processo entro la fine di aprile 2026 se a maggio il ministro Urso era ancora in alto mare al mercato delle vacche? A maggio 2026, infatti, nel corso di un question time alla Camera dei Deputati, il ministro noto alle cronache per avviare altiforni che poi esplodono, sosteneva che “altri soggetti stanno mostrando interesse per l’ex Ilva e potrebbero presentare un’offerta“. E quindi, la Commissione europea autorizza soldi per la gestione della fabbrica sostenendo che il processo di acquisizione si conclude a fine aprile ma a maggio il Governo italiano ha ancora la gara aperta ed ammette lo stallo! “Il confronto con i commissari è in corso, provando ad allontanare le voci di un possibile stallo nel negoziato che, come annunciato dallo stesso ministro, avrebbe dovuto chiudersi entro aprile“.
La seconda eclatante bugia riguarda il numero degli operai mimpiegati nell’intero gruppo e nello stabilimento di Taranto, numeri farlocchi forniti dal Governo italiano alla Commissione europea che incassa i dati senza verificarli, o meglio, prendendoli per buoni sapendo di ricevere dati falsi.
“Acciaierie d’Italia S.p.A. in AS impiega 10mila persone e il suo più grande stabilimento produttivo situato a Taranto impiega 8mila lavoratori“. Bene, analizziamo questi numeri. I lavoratori impiegati nell’intero gruppo non sono 10mila ma 9720, quelli impiegati a Taranto non sono 8mila ma 7320. Sembrerebbe un peccato veniale l’arrotondamento all’eccesso ma si comprende che sono dati totalmente errati e la dichiarazione mendace è imperdonabile nel momento in cui in questa stima generosa si considerano i numeri attuali degli operai in cassa integrazione, dati forniti nell’ultimo incontro a Roma con i sindacati, quindi dati più recenti ed assolutamente rappresentativi della situazione attuale.
Davide Sperti della Uilm non fa una piega quando gli chiedo i dati attuali e mi riporta quelli a loro comunicati nell’incontro con il Governo a marzo 2026: dei 7320 lavoratori impiegati nello stabilimento di Taranto 2980 sono in CIGS (Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria) e sempre su Taranto possono essere collocati in cassa sino a 3803 lavoratori. Per l’intero grupposino a 4450 lavoratori in cassa. Dati aggiornati ad aprile e maggio 2026.
A questo punto non ci rimane che invitare il ministro Urso a fornirsi di un pallottoliere per fare i conti e far quadrare i dati falsi forniti alla Commissione europea partendo prima dalla scrematura di dichiarazioni in accesso come dato propagandistico, per poi passare alla drastica sottrazione del numero degli operai già ad oggi in cassa e facendo una stima attendibile degli operai in forza a Taranto e nell’intero gruppo tenendo conto del numero massimo di operai che possono essere posti in cassa integrazione. A conti fatti il numero 10mila è totalmente falso e sulla base di questo dato farlocco la Commissione europea concede un ulteriore prestito per bruciare soldi pubblici ed aumentare la perdita di uno stabilimento in perdita da più di un decennio.
Ed ancora un’altra bugia sulla capacità produttiva dello stabilimento di Taranto. Il documento della Commissione europea riporta che: “Entro maggio 2026, il beneficiario dovrebbe raggiungere le condizioni operative richieste dal futuro acquirente come condizioni sospensive per il perfezionamento dell’operazione, vale a dire: due altoforni attivi e operativi e produzione di acciaio di almeno 160.000 tonnellate al mese”. Questi dati sono totalmente errati e non corrispondono all’attuale realtà produttiva dello stabilimento di Taranto. Cosa ancor più grave è rappresentata dalle dichiarazioni della stessa azienda pochi giorni prima della pubblicazione del documento della commissione europea.
A febbraio 2026, pochi giorni prima della data del documento della Commissione europea, Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria dichiara che “si potrà effettuare la fermata dell’altoforno 4 per i programmati interventi tecnici che si protrarranno per almeno 2 mesi, ovvero, presumibilmente, sino al 30 aprile 2026. Di conseguenza – puntualizza l’azienda – l’avvio dell’altoforno 2 non comporterà un innalzamento della produzione, obiettivo che potrà essere raggiunto solo con l’avvio dell’altoforno 4 previsto presumibilmente per la fine del mese di aprile 2026”.
Ma cosa succede a maggio 2026? Che l’azienda dichiara che non è in grado di far ripartire l’altoforno 4 e che soprattutto non è in grado di dare una data certa. Quindi, anche in questo caso, la Commissione europea concede un aiuto di stato sulla base di dichiarazioni che non corrispondono alla realtà. Tra l’altro, sempre considerando la relazione tra produzione e manutenzioni in corso c’è anche la questione cokerie, impianto chiave che garantisce l’assetto produttivo dello stabilimento: sono state fermate per manutenzioni sostanziali a gennaio 2026 e sarebbero dovute ripartire, sempre secondo le dichiarazioni di AdI, in quel famoso fine aprile, il 30 aprile 2026. Cosa è successo nel frattempo? Ad oggi, maggio 2026, l’azienda dichiara che Afo4 e le batterie delle cokerie non possono ripartire e che per le batterie bisognerà attendere il mese di luglio.
Ci appare, quindi, un contesto istituzionale, quello tra Governo italiano e la Commissione europea, davvero tragico e che ci dimostra come vengono utilizzati fondi pubblici in deroga alla legislazione europea in materia di aiuto di stato proprio per mezzo della complicità dell’istituzione europea stessa che non verifica i dati forniti dallo stato membro. Ma se analizziamo le cronache che hanno visto la Commissione europea interessarsi di Taranto non c’è da meravigliarsi. Infatti, cosa sono capaci di riportare nel documento della Commissione? Quanto segue: “La Commissione osserva tuttavia che dal 2013 è in corso una procedura di infrazione contro l’Italia relativa: al mancato recepimento e alla non corretta attuazione della direttiva 2010/75/UE; al mancato rispetto delle norme UE sulle emissioni industriali nello stabilimento di Taranto. Tuttavia, il prestito di salvataggio non è collegato a tale procedura di infrazione“.
Ecco, in quest’ultima frase si configura il tradimento da parte della Commissione europea nei confronti dei cittadini europei che hanno denunciato il mancato rispetto delle direttive europee da parte dell’Italia nella gestione dello stabilimento ex Ilva di Taranto. Una procedura di infrazione che va avanti da 13 anni nonostante la Commissione europea ha in mano tutti gli elementi e i documenti per destinare il paese membro italia in Corte di Giustizia e poi per condannarlo per violazione delle Direttive. Non solo non lo ha fatto ma allo stesso tempo autorizza con questi aiuti di stato il Governo italiano a perpetrare la violazione delle direttive europee in materia di ambiente ed emissioni industriali.
In questo documento, inoltre, viene descritto l’assetto societario posto in amministrazione straordinaria, per entrambi i soggetti, Ilva e Acciaierie d’Italia e su questo aspetto sorge un’altra domanda: come sono state ripartite le disponibilità economiche derivete da questo ennesimo aiuto di stato, comprese le precedenti? Nel documento di riporta: “In particolare, le autorità italiane spiegano che, dall’ingresso in amministrazione straordinaria nel febbraio 2024, sono stati messi a disposizione del beneficiario tre prestiti pubblici per garantire la prosecuzione dell’attività. I prestiti, ciascuno con durata quinquennale e tasso d’interesse di mercato dell’11,6%, ammontano rispettivamente a: 320 milioni di euro di “prestito ponte” (luglio 2024); aumento di ulteriori 100 milioni di euro (maggio 2025); ulteriore prestito di 200 milioni di euro (agosto 2025)”. E poi arriviamo a febbraio 2026: “La Commissione approva un prestito di salvataggio di 390 milioni di € da parte dell’Italia a favore di Acciaierie d’Italia ai sensi delle norme UE sugli aiuti di Stato” dichiarando anche che “il prestito di salvataggio ad AdI previene una situazione di difficoltà sociali, in particolare in Puglia, una regione in cui il livello di disoccupazione è costantemente superiore alla media dell’UE“. Ma davvero?
Non ci torna neanche questo punto su cui fonda la concessione di un aiuto di stato sembra un altro dato che non corrisponde alla realtà. Proprio in questi giorni approda sulle cronache la disperazione di 240 lavoratori impiegati nella flotta navale dello stabilimento ex Ilva che rischiano di perdere il posto di lavoro a causa della dismissione delle navi su cui hanno lavorato per anni. E qui la domanda è una sola. Ilva Servizi Marittimi S.p.A. proprietaria delle navi non è in amministrazione straordinaria perché ha saldato i debiti con i suoi creditori mentre AdI Servizi Marittimi in amministrazione straordinaria è il gestore della flotta in quanto affittuario ma, appunto, in amministrazione straordinaria perché insolvente. Tenendo conto dei conteggi riportati sul documento e che “Le autorità italiane confermano che i primi due prestiti pubblici sono stati concessi direttamente ad Acciaierie d’Italia in AS, mentre il terzo è stato concesso a Ilva S.p.A. in AS e interamente trasferito ad Acciaierie d’Italia in AS” perché alla società che gestisce la flotta non sono pervenuti finanziamenti adeguati alla manutenzione della flotta navale e quindi al mantenimento dei relativi posti di lavoro?
Anche in questo caso quanto riportato nel documento della Commissione europea non corrisponde alla realtà specie se si considera che questi aiuti di stato sulla carta servono a mandare avanti l’attività produttiva dello stabilimento di Taranto tutelando i posti di lavoro ma in realtà non considerano un ramo nevralgico per lo stabilimento, cioè quello che assicura l’approvvigionamento delle materie prime tramite le navi sino a causare la dismissione dell’intera flotta navale con conseguente perdita di ulteriori posti di lavoro a vantaggio di società marittime private.
In ultimo, sempre a febbraio 2026, su iniziativa del senatore Mario Turco con l’europarlamentare Valentina Palmisano del gruppo parlamentare The Left, è stata depositata una interrogazione con richiesta di risposta scritta alla Commissione europea avente oggetto “Aiuti di Stato ex ILVA e continue violazioni della sentenza C-626/22 che impone la sospensione dell’attività in presenza di rischi sanitari. La commissione naturalmente ha risposto come ha sempre fatto in questi anni: “Va tutto bene”.
Un tragico scenario che decreta la pietra tombale sulla fiducia dei cittadini europei nei confronti della Commissione europea e di chi la presiede, Ursula von der Leyen.